ISS in the sky

Si muove a una velocità di 28.800 km/h e impiega appena novanta minuti per compiere un’intera orbita intorno alla Terra. La stazione orbitale internazionale sfreccia tra le stelle con un piano orbitale in continua variazione. Mentre scrivo queste poche righe l’ISS ha sorvolato la punta meridionale del Sudamerica e si trova ora in pieno Oceano Atlantico diretta verso Cape Town. Grande quanto un campo di calcio, l’International Space Station è visibile da terra, soprattutto la sera dopo il tramonto e la mattina prima che sorga il sole. La sua alta visibilità è data dalla superficie estesa, che riflette molto bene la luce solare: sera e mattina al suolo è ancora buio ma a 400 km di altezza la stazione riflette i raggi del Sole e può essere vista a occhio nudo, proprio come una stella.

Certo, non è facile individuarla ma l’Agenzia Spaziale Europea, in collaborazione con heavens-above.com, offre un servizio on line per seguire i passaggi della Stazione. Per conoscere la sua posizione basta collegarsi con un click al tracker dell’Esa. Per un’osservazione ottimale è meglio attendere l’alba o il tramonto: la Stazione Spaziale -dicono dall’Esa- somiglia ad una stella molto luminosa o ad un aereo. È possibile anche fotografarla: occorre munirsi di cavalletto e impostare la velocità dell’otturatore per un’esposizione lunga fino a un minuto. La stazione arriva da ovest e nella foto apparirà come una striscia bianca.

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Inverno in stile canadese

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Yukon, Canada del nord. Un territorio grande quanto la Spagna abitato da poco più di 35mila persone. Qui quando qualcuno ha bisogno di schiarirsi le idee va fuori città, per “vivere il momento”. Cerca il suo posto nel bush e lì riallaccia i legami con il mondo, dentro e fuori di sé.  Come ha fatto la regista Suzanne Crocker, che per nove mesi ha vissuto insieme alla sua famiglia in una casa di tronchi senza elettricità né acqua corrente in mezzo ai boschi. Padre, madre, tre figli, due gatti e un cane alla ricerca di una nuova prospettiva di vita e di una intimità che i ritmi quotidiani rischiavano di compromettere.
Un viaggio diventato nel 2014 All the Time in the World, documentario selezionato quest’anno da Cinemambiente. Più di cinquecento ore di filmati condensati in un racconto di cinquantadue minuti, un intero lungo inverno canadese vissuto non come sfida ma come opportunità. “Non sempre c’è un dopo -spiega la regista a chi le chiede il perché di un’esperienza così estrema- spesso bisogna fare le cose quando si può,  quando capita l’occasione, altrimenti poi ci si pente”. Carpe diem, insomma, e poco importa se per cogliere quell’attimo bisogna lasciarsi alle spalle le comodità della vita cittadina. Suzanne e la sua famiglia scelgono di non portare con sé telefoni, computer e neanche orologi. Decidono di vivere con i ritmi che la natura imporrà loro, sopportando anche i 40 gradi sotto zero del mese di gennaio. Risalgono il fiume con una barca, tracciano il sentiero per arrivare alla propria casa, costruiscono magazzini e ripari. In attesa dell’inverno che li taglierà fuori dal mondo ma allo stesso tempo saprà proteggerli.
Non è nato a tavolino All the Time in the World: la telecamera della regista faceva parte del bagaglio ma non ha mai preso il sopravvento. “Nessuno ci faceva caso-dice oggi Suzanne- e ancora adesso i miei figli dicono di non ricordarsi di avermi mai visto con la telecamera in mano”. L’idea del documentario è arrivata dopo, quando insieme alla primavera tutta la famiglia è tornata in città. Ed è  stato proprio il ritorno il momento più difficile del viaggio.

Fishing boats

The Mediterranean has the colours of mackerel, changeable I mean. You don’t always know if it is green or violet, you can’t even say it’s blue, because the next moment the changing light has taken on a tinge of pink or gray.

Vincent Van Gogh at Saintes Maries de la Mer, June 1888