MigrEye

Le case di ringhiera e i primi casermoni delle Vallette, i banchi del mercato di Porta Palazzo e i vicoli di San Salvario. I volti a colori dei migranti di oggi accanto al bianco e nero degli immigrati degli Anni Sessanta. Visi di bambini, che giocano e sorridono, al fianco di uomini e donne sofferenti, segnati dalla fatica di una quotidianità difficile, lontano dalla propria terra di origine.

È la storia di mezzo secolo di migrazioni a Torino, raccontate dagli scatti di Mauro Raffini, attento osservatore e testimone dei fenomeni sociali che dal Dopoguerra a oggi hanno toccato e trasformato la città. Ottanta istantanee che il fotografo torinese ha raccolto nella mostra MigrEye, ospitata nella galleria Carla Spagnuolo di Palazzo Lascaris.

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«Ho visto Torino trasformarsi e ho potuto fotografare tutte le migrazioni da sud a nord, iniziando dai tanti italiani che dal meridione arrivavano in città, chiamati dal sogno del posto fisso alla Fiat, che a inizio Anni Settanta dava lavoro a 80mila persone» ha detto Raffini inaugurando la mostra. «Poi sono arrivati gli Anni Novanta, con i primi immigrati albanesi e maghrebini. Infine i migranti di oggi, che ho fotografato insieme ai mediatori culturali che li accompagnano nel loro percorso di integrazione».

Tre le sezioni della mostra, a raccontare ciascuna le tre ondate migratorie che hanno avuto come centro Torino.

Nella prima parte, il bianco e nero gli anni del boom economico, quando a migrare dal sud erano gli italiani e quando la destinazione si chiamava Fiat. L’obiettivo di Raffini fissa così gli arrivi dei nuovi torinesi a Porta Nuova e le sistemazioni di fortuna nei palazzi fatiscenti del centro, le prime lotte sindacali e le occupazioni, il lavoro e i momenti di festa, l’inclusione non sempre facile

Appena vent’anni dopo è già tempo di altre integrazioni. Gli Anni Novanta sono caratterizzati da una nuova e per molti versi sconosciuta fase migratoria, con gli arrivi dal Nord Africa e dai Paesi dell’est Europa, in particolare dall’Albania. L’obiettivo di Raffini immortala altri volti, ora a colori, sullo sfondo dei quartieri di Porta Palazzo e di San Salvario.

L’ultima sezione della mostra è dedicata all’attualità: un susseguirsi continuo dei visi dei migranti di oggi, fotografie stampate a colori su un’unica striscia fotografica. Bambini, ragazzi, donne e uomini fuggiti da guerre e persecuzioni, alla ricerca di condizioni di vita migliori per dimenticare gli orrori che si sono lasciati alle spalle.

Fondamentale, in questo ennesimo processo di integrazione, la figura dei mediatori: «siamo persone che hanno fatto tesoro del proprio passato per comprendere meglio le difficoltà e le opportunità che ogni giorno si presentano ai nuovi arrivati» spiega Blenti Shehaj, presidente di AMMI, l’Associazione Multietnica dei Mediatori Interculturali che ha collaborato all’allestimento della mostra.

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