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Tre colonne in Cronaca

Il caso EnviPark

EnviPark, il parco scientifico e tecnologico di Torino, è uno dei poli di ricerca più interessanti in Italia nel campo della sostenibilità ambientale e dell’eco-efficienza.  Si trova al centro del miglio dell’innovazione, l’asse viario creato dal nuovo passante ferroviario della città che in appena due chilometri concentra ben sette realtà attive in vari campi dell’innovazione. A Torino sta nascendo una silicon valley subalpina e l’Environment Park vuole essere interlocutore privilegiato per le aziende che già oggi investono nei rami delle clean technologies. Ne abbiamo parlato con Davide Canavesio, a.d. di EnviPark

ISS in the sky

Si muove a una velocità di 28.800 km/h e impiega appena novanta minuti per compiere un’intera orbita intorno alla Terra. La stazione orbitale internazionale sfreccia tra le stelle con un piano orbitale in continua variazione. Mentre scrivo queste poche righe l’ISS ha sorvolato la punta meridionale del Sudamerica e si trova ora in pieno Oceano Atlantico diretta verso Cape Town. Grande quanto un campo di calcio, l’International Space Station è visibile da terra, soprattutto la sera dopo il tramonto e la mattina prima che sorga il sole. La sua alta visibilità è data dalla superficie estesa, che riflette molto bene la luce solare: sera e mattina al suolo è ancora buio ma a 400 km di altezza la stazione riflette i raggi del Sole e può essere vista a occhio nudo, proprio come una stella.

Certo, non è facile individuarla ma l’Agenzia Spaziale Europea, in collaborazione con heavens-above.com, offre un servizio on line per seguire i passaggi della Stazione. Per conoscere la sua posizione basta collegarsi con un click al tracker dell’Esa. Per un’osservazione ottimale è meglio attendere l’alba o il tramonto: la Stazione Spaziale -dicono dall’Esa- somiglia ad una stella molto luminosa o ad un aereo. È possibile anche fotografarla: occorre munirsi di cavalletto e impostare la velocità dell’otturatore per un’esposizione lunga fino a un minuto. La stazione arriva da ovest e nella foto apparirà come una striscia bianca.

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Verde come la speranza

Da Torino a Eidomeni e ritorno. Tremilacinquecento chilometri per arrivare al cuore dei Balcani, per raggiungere quello che fino a ieri non era altro che un punto lungo la frontiera tra Grecia e Macedonia. Un luogo di passaggio diventato spartiacque tra due mondi, nodo della “rotta terrestre” dei migranti in fuga dal Medio Oriente delle guerre e delle persecuzioni. A mettersi in viaggio sono stati quattro ragazzi di Torino, Fernanda Marco Federica e Costanza. Con il loro Pulmino Verde si sono uniti ai volontari che da tutta Europa negli ultimi sei mesi -fino al suo smantellamento- hanno portato aiuti al campo profughi di Eidomeni. Un vero progetto di solidarietà partecipata, costruito dal basso con pazienza e molta buona volontà. «C’era bisogno di tutto –spiega Marco Ceretto– e in tanti ci hanno dato una mano, a iniziare dagli Scout dell’Agesci della ValSusa che hanno raccolto molto più di quello che siamo stati in grado di portare fino in Grecia». A mettere in moto il PulminoVerde è stata l’esperienza fatta l’inverno scorso da Fernanda Torre nel campo profughi di Dobova in Slovenia. Ad aprile il progetto ha preso forma, anche grazie a una serata di presentazione ai Bagni Pubblici di via Agliè. Sulla piattaforma di crowfounding BuonaCausa.org è iniziata poi una piccola raccolta fondi in rete per coprire le spese. Ma a rendere possibile il viaggio è stata la risposta delle persone comuni. «C’è stato anche chi -racconta ancora Marco Ceretto- vedendoci pronti ormai a partire ha voluto contribuire con i soldi che in quel momento aveva nel portafoglio, quasi scusandosi di non poterci dare altro».

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Sindaci, si va ai supplementari

A cinque giorni dall’inizio dell’Europeo di calcio l’immagine scontata e banale che però meglio riassume l’Italia dei Comuni al voto è quella dei tempi supplementari. In tutti i capoluoghi di regione -Cagliari esclusa- non è bastato il primo turno per eleggere il sindaco e tra due settimane i seggi torneranno ad aprirsi per i ballottaggi a Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. Città accomunate da una partecipazione al voto appena sopra la sufficienza (vincono i felsinei con il loro 59% di affluenza) ma città comunque molto diverse tra loro. E l’esito del voto lo testimonia. A Milano sarà una sfida tra centrodestra e centrosinistra con due candidati “intercambiabili”, a Napoli la lista civica dell’uscente De Magistris dovrà arginare il ritorno di Forza Italia, a Roma e Torino il centrosinistra saggerà la consistenza dei candidati e dell’elettorato pentastellato. Sotto il Colesseo tocca a Giachetti rincorrere, all’ombra della Mole Fassino dovrà mantenere a debita distanza la sua sfidante. Nell’una e nell’altra capitale il Movimento si è affidato a due candidate (Raggi e Appendino) e in entrambi i casi il divario da colmare è il medesimo: undici punti. Se sarà un margine di sicurezza (per chi domenica notte era davanti) lo sapremo tra due settimane.

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Asti Orange, il futsal è tricolore

Sofferto e combattuto. Non poteva essere che così il primo storico scudetto per l’Orange Asti che martedì sera si è laureato campione d’Italia di futsal. Ai ragazzi di Cafù non è però bastata una tiratissima gara-4 di playoff per avere ragione del Real Rieti. Chiusi i tempi regolamentari con un rocambolesco 4-4, sono serviti i rigori per cucire il tricolore sulle maglie dei piemontesi. E dire che a un minuto dalla fine l’Orange era avanti 4-2, ma un tiro libero di Zanchetta prima e una rete di Hector allo scadere hanno rimesso in partita gli ospiti e fatto tremare le gambe a un PalaSanQuirico già pronto a festeggiare. Poteva essere una amara beffa, soprattutto perché l’Asti, pur partendo con il freno a mano tirato, aveva ribaltato il risultato già nel primo tempo. Il Real Rieti dopo appena un minuto di gioco era già avanti di un gol (a segno il solito Zanchetta) e solo un paio di strepitosi interventi di Espindola avevano evitato il peggio. Poi De Oliveira trovava il punto del pari e De Luca la rete del sorpasso. Nel secondo tempo, nonostante il ritorno del Rieti, è ancora l’Asti a trovare la via del gol prima con  Chimanguinho  e poi con  Bertoni. Il vantaggio per 4-1 sembra un buon margine di sicurezza, ma ancora Zanchetta tiene in partita il Rieti accorciando le distanze. Fino al rocambolesco finale che rimette le squadre in parità e prolunga la finale fino ai rigori. Il timore che l’Asti si presenti dal dischetto con il contraccolpo psicologico della rimonta appena subita è forte e Zanchetta, al primo tiro, porta subito avanti il Rieti. Bertoni Jeffe e Romano vanno tutti a segno e il risultato resta in parità. Fino al tentativo di Hector che stampa la palla sul palo. Un segno del destino, di quell’ineffabile Fato che subito dopo mette sui piedi del capitano Ramon il rigore della storia. E Ramon non sbaglia, regalando agli Orange il sogno dello scudetto.

ASTI ORANGE – REAL RIETI 7-6 d.t.r. (pt 2-1; st 4-4)

Le immagini della finale scudetto (da http://www.orangefutsal.it)

Cercasi grinta

I pullman per la semifinale con il Real, la pacifica invasione di Malmoe per la partita di Coppa Campioni, le trasferte di Stoccolma e Bruges per l’Europa League.  I chilometri non hanno mai spaventato i Fedelissimi Granata di Pesaro, che anzi proprio della distanza da Torino hanno fatto un tratto distintivo del loro tifo. A ToroChannel il loro presidente, il vulcanico Mario Patrignani, ha commentato la stagione del Toro appena conclusa.

Qual è il giudizio sul campionato del Toro?
Viste le premesse di crescita e visto l’inizio della stagione il campionato di quest’anno è un mezzo fallimento. Noi tifosi pretendiamo che i ragazzi in campo diano sempre l’anima. Abbiamo ancora davanti agli occhi l’esempio di giocatori come Paolino Pulici. Se ci fosse stato lui il giorno del derby la partita sarebbe finita diversamente. E non ci sarebbero stati tanti baci e abbracci con gli avversari.

Che cosa è mancato al Toro?
Senza dubbio la grinta. Ventura non ha saputo trasmettere nulla del dna del Toro. Ho sentito dichiarazioni post partita in cui si diceva che “abbiamo perso perché gli altri hanno avuto più grinta”. Questo atteggiamento non mi va bene.

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Tutti in bottega

Faruku e Ibrahim vivono a Torino e hanno poco più di vent’anni. Per loro il 18 aprile non è stato un giorno come un altro. Accanto alla data, sul calendario, c’era scritto “apertura”, primo giorno di lavoro nella SartoCicleria di Madonna di Campagna, la loro attività imprenditoriale in proprio. Un’attività originale e unica al mondo, che nello stesso negozio di via Verolongo 115 mette insieme la bottega di un sarto e l’officina di un ciclista. Continue reading “Tutti in bottega”

Inverno in stile canadese

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Yukon, Canada del nord. Un territorio grande quanto la Spagna abitato da poco più di 35mila persone. Qui quando qualcuno ha bisogno di schiarirsi le idee va fuori città, per “vivere il momento”. Cerca il suo posto nel bush e lì riallaccia i legami con il mondo, dentro e fuori di sé.  Come ha fatto la regista Suzanne Crocker, che per nove mesi ha vissuto insieme alla sua famiglia in una casa di tronchi senza elettricità né acqua corrente in mezzo ai boschi. Padre, madre, tre figli, due gatti e un cane alla ricerca di una nuova prospettiva di vita e di una intimità che i ritmi quotidiani rischiavano di compromettere.
Un viaggio diventato nel 2014 All the Time in the World, documentario selezionato quest’anno da Cinemambiente. Più di cinquecento ore di filmati condensati in un racconto di cinquantadue minuti, un intero lungo inverno canadese vissuto non come sfida ma come opportunità. “Non sempre c’è un dopo -spiega la regista a chi le chiede il perché di un’esperienza così estrema- spesso bisogna fare le cose quando si può,  quando capita l’occasione, altrimenti poi ci si pente”. Carpe diem, insomma, e poco importa se per cogliere quell’attimo bisogna lasciarsi alle spalle le comodità della vita cittadina. Suzanne e la sua famiglia scelgono di non portare con sé telefoni, computer e neanche orologi. Decidono di vivere con i ritmi che la natura imporrà loro, sopportando anche i 40 gradi sotto zero del mese di gennaio. Risalgono il fiume con una barca, tracciano il sentiero per arrivare alla propria casa, costruiscono magazzini e ripari. In attesa dell’inverno che li taglierà fuori dal mondo ma allo stesso tempo saprà proteggerli.
Non è nato a tavolino All the Time in the World: la telecamera della regista faceva parte del bagaglio ma non ha mai preso il sopravvento. “Nessuno ci faceva caso-dice oggi Suzanne- e ancora adesso i miei figli dicono di non ricordarsi di avermi mai visto con la telecamera in mano”. L’idea del documentario è arrivata dopo, quando insieme alla primavera tutta la famiglia è tornata in città. Ed è  stato proprio il ritorno il momento più difficile del viaggio.

Rosso come il treno

Il treno è sempre il treno. Parola di Artemio, il ragazzo di campagna al secolo Renato Pozzetto. Ma ci sono treni e treni. Il claustrofobico wagonlit marchiato Orient Express di Agata Christie, il rapido di Cassandra Crossing che corre da Ginevra a Stoccolma con i vagoni blindati per paura di un virus letale e perfino la surreale ma irresistibilmente esilarante locomotiva a vapore di Non ci resta che piangere. E poi c’è il treno rosso delle ferrovie retiche, che da Tirano in Valtellina arriva a Saint – Moritz. È il treno che tutti i bambini sognano di avere nel loro plastico. Non solo perché parte e arriva puntuale, come tradizione elvetica vuole. L’ho scritto qui, e qualcuno ha anche avuto la bontà di pubblicarlo.

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