Cherche zone blanche

Si chiama elettrosensibilità e per molti è una vera e propria malattia, causata dall’esposizione ai campi elettromagnetici. Chi ne soffre si trova a fare i conti con mal di testa, perdita di memoria, difficoltà di concentrazione, tachicardia e disturbi all’udito. Sintomi che si presentano, puntuali, vicino a un’installazione o a un apparecchio che produce un c.e.m, un campo elettromagnetico. Sia quelli a bassa frequenza, come i normali impianti elettrici di casa, sia ad alta frequenza: ripetitori, radar, antenne wi-max  telefoni cordless e smartphone.

L’elettrosensibilità non è riconosciuta come patologia nella classificazione internazionale delle malattie e una parte della comunità scientifica la considera come forma di intolleranza idiopatica ambientale. Secondo le stime dell’associazione italiana elettrosensibili in Italia sarebbero quasi due milioni le persone affette dal disturbo. Una patologia non ufficiale, sconosciuta fino a una ventina di anni fa che, se studiata, potrebbe rivelarsi illuminante sugli effetti dell’inquinamento da elettrosmog.

76396804_100_traliccio_stampa

Recentemente, poi, la questione è stata rilanciata da un documento sottoscritto da 170 scienziati di 37 Paesi – Italia compresa – redatto alla vigilia del passaggio al 5G, lo standard di comunicazione mobile che dal 2020 collegherà ad alta velocità milioni di terminali in tutto il mondo. E poi ci sono i dubbi sollevati dall’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, che considera i c.e.m. cancerogeni, ancorché probabili. Certe sono invece, per chi ne soffre, le conseguenze dell’elettrosensibilità.

Chi soffre delle forme più gravi di elettrosensibilità vive un’esistenza difficile, se non impossibile in una società sempre più connessa come è la nostra. Lo ha raccontato molto bene il regista francese Marc Khanne, autore di Cherche Zone Blanche désespérément, docu-film presentato durante la rassegna astigiana Ambiente e Salute curata da CinemAmbiente. La pellicola raccoglie le testimonianze di chi ha dovuto abbandonare casa, lavoro e città e rifugiarsi in quelle zone-bianche, foreste e grotte, dove le onde elettromagnetiche della telefonia cellulare ancora non arrivano.

Sulle cause dell’elettrosensibilità esistono molte incertezze e altrettante prese di posizione, che ne fanno un argomento divisivo, tra chi ne soffre e chi – come la comunità scientifica ufficiale – lo considera un effetto nocebo, una risposta patologica dell’organismo umano.

Just the Animals

Come si può essere in piena sintonia con il nostro cane e dare nuovo significato alle consuete passeggiate quotidiane? Una risposta ha provato a darla “Just the Animals”, la giornata per la salute e il benessere dei cani in città, organizzata (da TorinoViva e Alchimie Cinofile) al Parco Le Vallere di Moncalieri.

Alle porte di Torino si sono date appuntamento una trentina di coppie uomo-cane, per  misurarsi con una camminata non competitiva di due chilometri e mezzo “riservata” ai quattro zampe di tutte le taglie e razze e ai loro accompagnatori umani.

42456409_727169314287360_5856925259491442688_nI gruppi di cammino sono stati scelti sulla base della compatibilità tra le diverse inclinazioni comportamentali degli animali: «abbiamo dato l’opportunità di sperimentare un nuovo approccio cognitivo, per comprendere i messaggi che i nostri cani vogliono trasmettere con il loro comportamento» spiega al termine della passeggiata Cristina Anselmo, presidente di Alchimie Cinofile. «Abbiamo provato a capire meglio paure, curiosità, pensieri dei nostri amici». Un esempio di messaggio che dobbiamo imparare a cogliere dal comportamento canino? Lo sbadiglio, perché forse non tutti sanno che quando un cane ci sbadiglia in faccia, lungi dall’essere maleducato, sta dicendo che si annoia e che dobbiamo smettere (noi) di fare quello che stiamo facendo e cambiare comportamento.

E poi c’è un “mito” da sfatare: la pallina. Chi ha detto che il cane ha sempre voglia e bisogno di correre dietro una pallina? Certo, a noi piace vederlo correre sui prati, cambiare direzione e magari ruzzolare per prenderla al primo rimbalzo. Ma, anche se lui vive con noi in un appartamento, ha bisogno di relax e tranquillità quanto noi quando si trova all’aria aperta.

Quand tu serres mon corps

De toi,

Je garderai le goût secret, des plaisirs indiscrets, de tous nos jeux dangereux.

Pour toi,

Je n’aurai jamais d’autre loi, que celle de t’aimer, bien plus fort que la peur, la honte et les remords.

In marcia per il clima

Hanno marciato in cinquantamila nelle strade di Parigi, donne e uomini di tutte le età che sabato 8 settembre hanno risposto all’invito del movimento #RiseForClimate, dando vita a un’invasione pacifica per chiedere al governo di Emmanuel Macron più attenzione alle politiche ambientali.

Un fiume di persone, una marea pressoché ininterrotta da Place de l’Hôtel de Ville a Place de la République, come non si era visto neanche nei giorni della COP21 del 2015. Scandendo slogan  come “Terra+Errore=Terrore” “Non lasciateci bruciare” i manifestanti hanno puntato il dito contro la politica dei piccoli passi  del governo, accusato di non fare abbastanza per combattere le emergenze ambientali, a cominciare dal riscaldamento globale. Una partecipazione che è andata ben oltre le aspettative degli organizzatori.

La mobilitazione ha coinvolto altre città francesi oltre la capitale. Diverse migliaia di persone hanno marciato sabato pomeriggio a Bordeaux, dove in questi giorni si tiene il festival Climax, dedicato proprio all’eco-mobilitazione. A Marsiglia sono scesi in strada in 2.500, tremila persone hanno manifestato a Rennes, 1.200 a Nantes, così come a Le Havre e a Caen. A Strasburgo in quattromila hanno manifestato per un’Alsazia Verde, contro il progetto di una nuova tangenziale a cui la prefettura ha appena dato il via libera.

È un risultato storico per le mobilitazioni ambientaliste francesi: nel 2014, una marcia simile aveva riunito circa 5.000 persone a Parigi, dieci volte meno di quelle scese in strada sabato scorso. A fine giornata gli organizzatori hanno corretto ancora le cifre, parlando di «più di 115mila partecipanti in tutta la Francia».

A lanciare l’iniziativa Maxime Lelong, giovane giornalista della Savoia che già nel 2014, quando frequentava l’università a Lione, aveva fondato un sito di informazione indipendente: «diventerò papà a dicembre e voglio lasciare a mio figlio un pianeta vivibile» ha scritto su facebook all’indomani delle dimissioni del ministro della Transition écologique Nicolas Hulot, raccogliendo in poche ore 110mila “likes” per la sua idea di una marcia per il clima.

Un appoggio virtuale che sabato pomeriggio si è trasformato in realtà, grazie alle migliaia di persone che hanno invaso Place de la République.

The Avigliana Jazz Legacy

Da Clark Ferry a Gianni Basso, da Art Farmer a Dino Piana. Venticinque anni di storia raccontati dagli scatti di professionisti e semplici appassionati, che hanno documentato personaggi e momenti del Due Laghi Jazz Festival di Avigliana.

The Avigliana Jazz Legacy negli spazi della chiesa di Santa Croce ripercorre il primo quarto di secolo della manifestazione: un modo per festeggiare le venticinque candeline del festival e sottolineare l’attualità di un evento che ha saputo rinnovarsi, rimanendo però sempre fedele a se stesso.

MigrEye

Le case di ringhiera e i primi casermoni delle Vallette, i banchi del mercato di Porta Palazzo e i vicoli di San Salvario. I volti a colori dei migranti di oggi accanto al bianco e nero degli immigrati degli Anni Sessanta. Visi di bambini, che giocano e sorridono, al fianco di uomini e donne sofferenti, segnati dalla fatica di una quotidianità difficile, lontano dalla propria terra di origine.

È la storia di mezzo secolo di migrazioni a Torino, raccontate dagli scatti di Mauro Raffini, attento osservatore e testimone dei fenomeni sociali che dal Dopoguerra a oggi hanno toccato e trasformato la città. Ottanta istantanee che il fotografo torinese ha raccolto nella mostra MigrEye, ospitata nella galleria Carla Spagnuolo di Palazzo Lascaris.

DhbXBvHW4AAdhTn

«Ho visto Torino trasformarsi e ho potuto fotografare tutte le migrazioni da sud a nord, iniziando dai tanti italiani che dal meridione arrivavano in città, chiamati dal sogno del posto fisso alla Fiat, che a inizio Anni Settanta dava lavoro a 80mila persone» ha detto Raffini inaugurando la mostra. «Poi sono arrivati gli Anni Novanta, con i primi immigrati albanesi e maghrebini. Infine i migranti di oggi, che ho fotografato insieme ai mediatori culturali che li accompagnano nel loro percorso di integrazione».

Tre le sezioni della mostra, a raccontare ciascuna le tre ondate migratorie che hanno avuto come centro Torino.

Nella prima parte, il bianco e nero gli anni del boom economico, quando a migrare dal sud erano gli italiani e quando la destinazione si chiamava Fiat. L’obiettivo di Raffini fissa così gli arrivi dei nuovi torinesi a Porta Nuova e le sistemazioni di fortuna nei palazzi fatiscenti del centro, le prime lotte sindacali e le occupazioni, il lavoro e i momenti di festa, l’inclusione non sempre facile

Appena vent’anni dopo è già tempo di altre integrazioni. Gli Anni Novanta sono caratterizzati da una nuova e per molti versi sconosciuta fase migratoria, con gli arrivi dal Nord Africa e dai Paesi dell’est Europa, in particolare dall’Albania. L’obiettivo di Raffini immortala altri volti, ora a colori, sullo sfondo dei quartieri di Porta Palazzo e di San Salvario.

L’ultima sezione della mostra è dedicata all’attualità: un susseguirsi continuo dei visi dei migranti di oggi, fotografie stampate a colori su un’unica striscia fotografica. Bambini, ragazzi, donne e uomini fuggiti da guerre e persecuzioni, alla ricerca di condizioni di vita migliori per dimenticare gli orrori che si sono lasciati alle spalle.

Fondamentale, in questo ennesimo processo di integrazione, la figura dei mediatori: «siamo persone che hanno fatto tesoro del proprio passato per comprendere meglio le difficoltà e le opportunità che ogni giorno si presentano ai nuovi arrivati» spiega Blenti Shehaj, presidente di AMMI, l’Associazione Multietnica dei Mediatori Interculturali che ha collaborato all’allestimento della mostra.

Bocciando s’impara

[italpress.com] Il tour celebrativo per i 120 anni della FIB, la Federazione Italiana Bocce, ha fatto tappa a Torino. Dopo Roma e Norcia non poteva mancare la città della Mole: fu infatti a Rivoli, cittadina della prima cintura torinese, che nel 1898 un gruppo di quindici società bocciofile decise di dar vita per la prima volta a un organismo di coordinamento sul territorio.

Torino3

Per celebrare la ricorrenza piazza Castello si è trasformata per una mattina in un grande campo da gioco dove istruttori federali, atleti e campioni di ieri e di oggi hanno insegnato le basi della raffa, del volo e del  beach bocce a bambini e ragazzi delle scuole. Presenti, insieme al presidente federale Marco Giunio De Sanctis, l’assessore allo Sport del Comune di Torino Alberto Finardi, il presidente del Coni regionale Gianfranco Porqueddu, il presidente della Federazione Paralimpica Sport Invernali Tiziana Nasi, il presidente FIB Piemonte Claudio Vittino.

Continua a leggere “Bocciando s’impara”

Milano Food Week

In Italia si spreca troppo cibo. Ogni anno finiscono nella pattumiera quasi cinque milioni di tonnellate di generi alimentari, ancora sani e commestibili. Di queste, almeno 185mila tonnellate arrivano dai tavoli dei ristoranti, gli avanzi che nessuno consuma e che alla fine vengono gettati via. Nel Mondo ben un terzo del cibo per il consumo umano viene sprecato, nonostante un miliardo di persone quotidianamente soffra la fame.

cean_news

Secondo i dati di FAO e WWF nel nostro Paese una famiglia, pur avendolo acquistato, non consuma e di conseguenza getta via mediamente 454 € di cibo all’anno. Nello specifico -dicono i numeri elaborati dall’Osservatorio sugli sprechi- si tratta soprattutto di prodotti freschi e appena cucinati (35%), pane (19%), frutta e verdura (17%), pesce (15%). Alimenti che potrebbero sfamare 40 milioni di persone. Anche le mense scolastiche sprecano troppo: 1/3 dei pasti viene gettato, quasi 90 grammi di cibo per ogni studente. E a finire per prima nella spazzatura è la frutta.

Secondo il Barilla Center for Food and Nutrition lo spreco domestico italiano vale 37 miliardi di euro. In termini ambientali ha un impatto pari alla produzione di 14 milioni di tonnellate di anidride carbonica, un vero inquinamento che per essere riassorbito ha bisogno di 800mila ettari di boschi, in pratica l’intera superficie boschiva della Lombardia.

Eppure la situazione sta migliorando. In occasione della V Giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato i risultati del progetto Reduce, un “diario quotidiano” del cibo sprecato, un giornale di bordo della tavola fatto compilare nel 2017 a 430 famiglie di tutta Italia. È emerso che il campione preso in considerazione spreca 84 chili di cibo per famiglia e 36 chili a persona. Lo stesso esperimento condotto nel 2016 aveva fatto registrare ben 145 chili per famiglia e 63 chili per persona.

Una inversione di tendenza dovuta in parte alle conseguenze della crisi economica, che ha reso tutti un po’ più attenti e parsimoniosi. Un segnale comunque positivo che non va ignorato e che anzi, proprio il Ministero, vuole rendere permanente per abbattere quel 50% di sprechi che ancora avviene in casa. E per farlo punta su un decalogo di buone pratiche, semplici consigli che se attuati potrebbero aiutare a risparmiare lo 0,6% del Pil nazionale.

Bastano infatti piccoli accorgimenti alle nostre abitudini quotidiane, un po’ più di attenzione per fare del bene al portafoglio e all’intera filiera dell’alimentazione, dalla produzione al consumo finale. Qualche esempio? Consumare per primi gli alimenti prossimi alla data di scadenza, acquistare solo i prodotti di cui si ha necessità, fare la spesa giorno per giorno e non concentrare tutti gli acquisti una sola volta la settimana. Infine, non vergognarsi a chiedere la family bag al ristorante per portare a casa gli avanzi e consumarli in un secondo momento.

A dare un contributo alla riduzione degli sprechi ha contribuito anche l’entrata in vigore due anni fa della Legge Gadda che incentiva la redistribuzione delle eccedenze alimentari lungo tutta la filiera. A parlare sono i numeri del Banco Alimentare. Le donazioni delle eccedenze (non più destinate alla distruzione) hanno fatto segnare in appena dodici mesi un +21%, un vero cambio di abitudini che ha permesso di recuperare 5.500 tonnellate di derrate alimentari.

#SalTO18

«eine kleine buchmesse»

Il Maggio francese, l’Europa secondo Javier Cercas, i fotoreporter di Exodos, il film di Giuseppe Tornatore (che non farà), le corrispondenze di guerra di Mimmo Candito. Breve racconto per immagini della prima giornata del Salone internazionale del Libro di Torino 2018

Grazie a Marco Schellino