L’alba della Terra

Earthrise, l’alba della Terra, è -forse- la più famosa fotografia del nostro pianeta, scattata la vigilia di Natale di cinquant’anni fa dall’astronauta William Anderson durante la missione Apollo 8.

Prima di quel 24 dicembre del 1968 nessuno mai aveva ammirato la Terra fare capolino tra le rocce grige e i crateri del suo satellite. Un’immagine poetica e allo stesso tempo straordinaria al punto che il fotografo naturalista Galen Rowell la definì «la più influente e iconica fotografia ambientalista mai scattata». Anche perché per la prima volta la Terra apparve come un corpo blu sospeso nell’immensità del cosmo, bellissimo ma fragile.

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La missione dell’Apollo 8 era iniziata tre giorni prima della vigilia di Natale, il 21 dicembre, con il decollo da Cape Canaveral del Saturno 5, un razzo alto come un grattacielo di 36 piani. Fu la prima missione che portò un intero equipaggio (Frank Borman, James Lovell e William Anders) a orbitare intorno alla Luna. Fu soprattutto la risposta statunitense allo Zond sovietico, la sonda che a settembre di quell’anno aveva già compiuto lo stesso tragitto, senza però equipaggio a bordo.

La mattina della vigilia di Natale l’Apollo raggiunse l’orbita lunare a 377mila km da casa e toccò a James Lovell descrivere al centro di controllo in Florida la superficie della Luna: «è grigia, senza colore – disse Lovell – sembra cosparsa di una sabbia del colore dell’intonaco». Un accostamento di colore che la fotografia del suo compagno Anderson restituisce in tutta la sua nitidezza. La foto, archiviata alla NASA con la sigla  AS08-14-2383, venne subito mostrata al mondo durante una diretta video trasmessa in televisione nella notte di Natale.

L’Apollo 8 fece ritorno sulla Terra dopo sei giorni e soprattutto dopo aver orbitato per dieci volte intorno alla Luna, ad “appena” cento chilometri dalla sua superficie. Quel volo aprì la strada – o, secondo alcuni, la corsa – allo sbarco sulla Luna. Dimostrò che gli Stati Uniti avevano recuperato il gap tecnologico che li separava dai sovietici e che la punta di diamante dell’industria aerospaziale, il Saturno e l’Apollo, era in grado di effettuare un viaggio di andata e ritorno verso il nostro satellite.

L’uomo metterà piede sulla Luna sette mesi dopo il rientro di quel volo. Il 20 luglio del 1969 l’Eagle e Neil Armstrong e Buzz Aldrin toccavano infatti il suolo lunare, portati nell’orbita lunare ancora da un Apollo, questa volta l’Apollo 11.

[pubblicato anche su Ecograffi.it]

Una sola puerile voce

Di sicuro c’è solo che è morto. Pier Paolo Pasolini è stato ucciso il 2 novembre del 1975 all’idroscalo di Ostia, massacrato a calci e poi investito dalla sua stessa auto, guidata dall’assassino -o dagli assassini- in fuga.

Di sicuro c’è anche una verità processuale, che ha condannato il diciassettenne Pino Pelosi, colpevole per sua stessa ammissione di aver ucciso lo scrittore dopo un incontro sessuale a pagamento. Quello stesso ragazzo però, trentanni dopo, si è proclamato innocente e ha accusato tre uomini. Tre sconosciuti quella notte di novembre all’idroscalo avrebbero prima aggredito Pasolini e poi minacciato lui, costringendolo al silenzio.

Aggressione e legittima difesa, agguato politico degenerato in omicidio oppure vera e propria premeditazione. Da quarantatré anni il movente dell’omicidio di Pasolini rimane relegato al campo delle ipotesi. Un insulto per chi per tutta la vita ha cercato di mettere in fila i fatti, di recuperare una logica nella società, di spiegare il mondo che lo circondava.

E lo ha fatto da poeta civile, da poeta contro, alla ricerca del vero perché incapace di accontentarsi della cittadinanza politica e letteraria che l’Italia degli anni Sessanta e Settanta poteva offrirgli. «Abbiamo perso prima di tutto un poeta e di poeti ne nascono soltanto tre o quattro dentro un secolo» ha detto Alberto Moravia ai funerali di Pasolini.

Un poeta che intendeva la poesia come ricerca del vero, poco importa se declinato in forma di lirica, di romanzo o di pellicola. Quello che contava davvero era raccontare la realtà, già allora in veloce cambiamento da un punto di vista che non poteva che risultare scomodo.

Scomodo come gli Scritti Corsari sulle pagine del Corriere della Sera, come l’Io so del suo Romanzo delle Stragi. Quel suo voler mettere in scena il buonsenso, la sua fiducia nel progresso ma non nel modello di sviluppo che aveva sotto gli occhi.

Un uomo che guardava costumi e atteggiamenti, che ricostruiva trame e fili dietro le cose. Il vero intellettuale di quegli anni. Fino a Petrolio, romanzo iniziato nel 1972 ma rimasto incompiuto, un brogliaccio di appunti e note a margine. Che però conteneva «tutto quello che so», aveva detto Pasolini. Anche un capitolo intitolato Lampi sull’Eni, dedicato alla morte di Enrico Mattei e alla figura del successore Eugenio Cefis.

A ipotizzarlo come movente per l’omicidio di Pasolini è stato un magistrato, Vincenzo Calia, che indagava proprio sull’incidente aereo costato la vita a Mattei nel 1963.

È per questo che la frase che meglio spiega la fine di Pasolini l’ha scritta Tommaso Besozzi nel 1950, ricostruendo le ultime ore di vita di Salvatore Giuliano in una contro-inchiesta sull’Europeo: di sicuro c’è solo che è morto.

Cherche zone blanche

Si chiama elettrosensibilità e per molti è una vera e propria malattia, causata dall’esposizione ai campi elettromagnetici. Chi ne soffre si trova a fare i conti con mal di testa, perdita di memoria, difficoltà di concentrazione, tachicardia e disturbi all’udito. Sintomi che si presentano, puntuali, vicino a un’installazione o a un apparecchio che produce un c.e.m, un campo elettromagnetico. Sia quelli a bassa frequenza, come i normali impianti elettrici di casa, sia ad alta frequenza: ripetitori, radar, antenne wi-max  telefoni cordless e smartphone.

L’elettrosensibilità non è riconosciuta come patologia nella classificazione internazionale delle malattie e una parte della comunità scientifica la considera come forma di intolleranza idiopatica ambientale. Secondo le stime dell’associazione italiana elettrosensibili in Italia sarebbero quasi due milioni le persone affette dal disturbo. Una patologia non ufficiale, sconosciuta fino a una ventina di anni fa che, se studiata, potrebbe rivelarsi illuminante sugli effetti dell’inquinamento da elettrosmog.

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Recentemente, poi, la questione è stata rilanciata da un documento sottoscritto da 170 scienziati di 37 Paesi – Italia compresa – redatto alla vigilia del passaggio al 5G, lo standard di comunicazione mobile che dal 2020 collegherà ad alta velocità milioni di terminali in tutto il mondo. E poi ci sono i dubbi sollevati dall’OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, che considera i c.e.m. cancerogeni, ancorché probabili. Certe sono invece, per chi ne soffre, le conseguenze dell’elettrosensibilità.

Chi soffre delle forme più gravi di elettrosensibilità vive un’esistenza difficile, se non impossibile in una società sempre più connessa come è la nostra. Lo ha raccontato molto bene il regista francese Marc Khanne, autore di Cherche Zone Blanche désespérément, docu-film presentato durante la rassegna astigiana Ambiente e Salute curata da CinemAmbiente. La pellicola raccoglie le testimonianze di chi ha dovuto abbandonare casa, lavoro e città e rifugiarsi in quelle zone-bianche, foreste e grotte, dove le onde elettromagnetiche della telefonia cellulare ancora non arrivano.

Sulle cause dell’elettrosensibilità esistono molte incertezze e altrettante prese di posizione, che ne fanno un argomento divisivo, tra chi ne soffre e chi – come la comunità scientifica ufficiale – lo considera un effetto nocebo, una risposta patologica dell’organismo umano.

Just the Animals

Come si può essere in piena sintonia con il nostro cane e dare nuovo significato alle consuete passeggiate quotidiane? Una risposta ha provato a darla “Just the Animals”, la giornata per la salute e il benessere dei cani in città, organizzata (da TorinoViva e Alchimie Cinofile) al Parco Le Vallere di Moncalieri.

Alle porte di Torino si sono date appuntamento una trentina di coppie uomo-cane, per  misurarsi con una camminata non competitiva di due chilometri e mezzo “riservata” ai quattro zampe di tutte le taglie e razze e ai loro accompagnatori umani.

42456409_727169314287360_5856925259491442688_nI gruppi di cammino sono stati scelti sulla base della compatibilità tra le diverse inclinazioni comportamentali degli animali: «abbiamo dato l’opportunità di sperimentare un nuovo approccio cognitivo, per comprendere i messaggi che i nostri cani vogliono trasmettere con il loro comportamento» spiega al termine della passeggiata Cristina Anselmo, presidente di Alchimie Cinofile. «Abbiamo provato a capire meglio paure, curiosità, pensieri dei nostri amici». Un esempio di messaggio che dobbiamo imparare a cogliere dal comportamento canino? Lo sbadiglio, perché forse non tutti sanno che quando un cane ci sbadiglia in faccia, lungi dall’essere maleducato, sta dicendo che si annoia e che dobbiamo smettere (noi) di fare quello che stiamo facendo e cambiare comportamento.

E poi c’è un “mito” da sfatare: la pallina. Chi ha detto che il cane ha sempre voglia e bisogno di correre dietro una pallina? Certo, a noi piace vederlo correre sui prati, cambiare direzione e magari ruzzolare per prenderla al primo rimbalzo. Ma, anche se lui vive con noi in un appartamento, ha bisogno di relax e tranquillità quanto noi quando si trova all’aria aperta.

Quand tu serres mon corps

De toi,

Je garderai le goût secret, des plaisirs indiscrets, de tous nos jeux dangereux.

Pour toi,

Je n’aurai jamais d’autre loi, que celle de t’aimer, bien plus fort que la peur, la honte et les remords.

In marcia per il clima

Hanno marciato in cinquantamila nelle strade di Parigi, donne e uomini di tutte le età che sabato 8 settembre hanno risposto all’invito del movimento #RiseForClimate, dando vita a un’invasione pacifica per chiedere al governo di Emmanuel Macron più attenzione alle politiche ambientali.

Un fiume di persone, una marea pressoché ininterrotta da Place de l’Hôtel de Ville a Place de la République, come non si era visto neanche nei giorni della COP21 del 2015. Scandendo slogan  come “Terra+Errore=Terrore” “Non lasciateci bruciare” i manifestanti hanno puntato il dito contro la politica dei piccoli passi  del governo, accusato di non fare abbastanza per combattere le emergenze ambientali, a cominciare dal riscaldamento globale. Una partecipazione che è andata ben oltre le aspettative degli organizzatori.

La mobilitazione ha coinvolto altre città francesi oltre la capitale. Diverse migliaia di persone hanno marciato sabato pomeriggio a Bordeaux, dove in questi giorni si tiene il festival Climax, dedicato proprio all’eco-mobilitazione. A Marsiglia sono scesi in strada in 2.500, tremila persone hanno manifestato a Rennes, 1.200 a Nantes, così come a Le Havre e a Caen. A Strasburgo in quattromila hanno manifestato per un’Alsazia Verde, contro il progetto di una nuova tangenziale a cui la prefettura ha appena dato il via libera.

È un risultato storico per le mobilitazioni ambientaliste francesi: nel 2014, una marcia simile aveva riunito circa 5.000 persone a Parigi, dieci volte meno di quelle scese in strada sabato scorso. A fine giornata gli organizzatori hanno corretto ancora le cifre, parlando di «più di 115mila partecipanti in tutta la Francia».

A lanciare l’iniziativa Maxime Lelong, giovane giornalista della Savoia che già nel 2014, quando frequentava l’università a Lione, aveva fondato un sito di informazione indipendente: «diventerò papà a dicembre e voglio lasciare a mio figlio un pianeta vivibile» ha scritto su facebook all’indomani delle dimissioni del ministro della Transition écologique Nicolas Hulot, raccogliendo in poche ore 110mila “likes” per la sua idea di una marcia per il clima.

Un appoggio virtuale che sabato pomeriggio si è trasformato in realtà, grazie alle migliaia di persone che hanno invaso Place de la République.

The Avigliana Jazz Legacy

Da Clark Ferry a Gianni Basso, da Art Farmer a Dino Piana. Venticinque anni di storia raccontati dagli scatti di professionisti e semplici appassionati, che hanno documentato personaggi e momenti del Due Laghi Jazz Festival di Avigliana.

The Avigliana Jazz Legacy negli spazi della chiesa di Santa Croce ripercorre il primo quarto di secolo della manifestazione: un modo per festeggiare le venticinque candeline del festival e sottolineare l’attualità di un evento che ha saputo rinnovarsi, rimanendo però sempre fedele a se stesso.

L’eclissi del secolo

Naso in su e occhi al cielo per non perdersi l’eclissi lunare più lunga del secolo. Nella notte tra venerdì 27 e sabato 28 luglio la luna si tingerà di rosso per 103 minuti, un fenomeno che -complice l’estate-  sarà visibile in tutta Italia e per tutta la sua interezza.

Venerdì sera la Luna sorgerà poco prima delle 21 a sud est. La fase di eclissi si verificherà a partire dalle 21,30 e terminerà alle 23,10. Il maggiore oscuramento, dicono gli astronomi, dovrebbe verificarsi intorno alle 22,20.

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La sera del 27 luglio la Terra si troverà tra il Sole e la Luna e proietterà sul nostro satellite un cono d’ombra. Con lo scendere dell’oscurità l’ombra sulla Luna sarà sempre più visibile, man mano che avanzerà sul disco lunare.

La Luna avrà poi un colore rossastro, dovuto al fatto che solo una piccola frazione della luce solare -quella rossa, appunto- è filtrata dall’atmosfera e viene proiettata sulla Luna. Anche l’intensità del rosso aumenterà con il progredire dell’eclissi, per poi tornare a “scolorirsi” gradualmente, lasciando alla Luna il suo consueto colore.

«Sarà una eclissi totale di Luna davvero super, la più lunga tra tutte le eclissi di Luna che si verificheranno in questo secolo, e durerà ben un’ora e 43 minuti» ha spiegato all’Adnkronos Marco Galliani dell’Inaf, l’Istituto Nazionale di Astrofisica.

Ma non sarà solo la Luna a dare spettacolo. Proprio venerdì sera la Luna si troverà in congiunzione con Marte, che si potrà osservare anche a occhio nudo, insieme a VenereGiove  e Saturno. Sarà insomma una vera “notte dei pianeti”.

MigrEye

Le case di ringhiera e i primi casermoni delle Vallette, i banchi del mercato di Porta Palazzo e i vicoli di San Salvario. I volti a colori dei migranti di oggi accanto al bianco e nero degli immigrati degli Anni Sessanta. Visi di bambini, che giocano e sorridono, al fianco di uomini e donne sofferenti, segnati dalla fatica di una quotidianità difficile, lontano dalla propria terra di origine.

È la storia di mezzo secolo di migrazioni a Torino, raccontate dagli scatti di Mauro Raffini, attento osservatore e testimone dei fenomeni sociali che dal Dopoguerra a oggi hanno toccato e trasformato la città. Ottanta istantanee che il fotografo torinese ha raccolto nella mostra MigrEye, ospitata nella galleria Carla Spagnuolo di Palazzo Lascaris.

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«Ho visto Torino trasformarsi e ho potuto fotografare tutte le migrazioni da sud a nord, iniziando dai tanti italiani che dal meridione arrivavano in città, chiamati dal sogno del posto fisso alla Fiat, che a inizio Anni Settanta dava lavoro a 80mila persone» ha detto Raffini inaugurando la mostra. «Poi sono arrivati gli Anni Novanta, con i primi immigrati albanesi e maghrebini. Infine i migranti di oggi, che ho fotografato insieme ai mediatori culturali che li accompagnano nel loro percorso di integrazione».

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