Comunicare i cambiamenti climatici

Il pianeta è sempre più caldo, in appena cento anni «la temperatura a livello locale è cresciuta di quattro gradi». A lanciare l'(ennesimo) allarme è stato Luca Mercalli, presidente della Società italiana di Meteorologia, in apertura del Forum internazionale sul clima e il meteo che lo scorso fine settimana ha tenuto a Moncalieri i lavori della sua quattordicesima edizione. Un centinaio i partecipanti, tra climatologi meteorologi ed esperti del settore, provenienti da cinquanta paesi. In agenda una riflessione su come informare e spiegare in modo efficace i cambiamenti climatici, alla popolazione e ai rappresentanti della politica, perché l’attenzione al clima diventi una priorità di governi e parlamenti.

La due giorni del Collegio Carlo Alberto, sede del primo osservatorio meteorologico italiano, è stata l’occasione per aggiornare lo stato di salute del pianeta. Quest’anno è stato registrato il minimo assoluto del ghiaccio al Polo nord, un fenomeno che non sarà privo di conseguenze e sul quale sarà necessario riflettere. E magari agire. Serve però -è stato detto durante i lavori del convegno- una più attenta conoscenza dei problemi, a iniziare da quelli “di casa nostra”. Fenomeni magari locali, spesso sottovalutati, che sono spie di una criticità globale al pari dei grandi cambiamenti e dei grandi disastri che (quelli sì) occupano le prime pagine dei giornali.

È il caso dell’esondazione del Po dello scorso inverno, la terza peggior alluvione verificatasi a Moncalieri. E ancora, scorrendo la memoria degli archivi, si scopre così che la giornata più fredda di sempre registrata a Moncalieri è stata il 18 gennaio del 1893, quando la colonnina di mercurio toccò i –17,8 gradi. Quella più calda l’11 agosto del 2003 con ben 41°. Una risalita, quella della temperatura, che è iniziata negli anni ’70 del Novecento ed è ancora in corso: oggi la media è di 15,8°, ma in poco più di quarant’anni l’incremento è stato di 2 gradi centigradi.

Egizio, cercasi succursale

Catania avrà una “sezione distaccata” del Museo Egizio di Torino. Una parte dei reperti di via Accademia delle Scienze -quelli conservati nei depositi- sarà esposta per trent’anni nelle sale del Convento dei Crociferi della città etnea. Costo dell’operazione, 2 milioni e mezzo di euro, con tanto di placet del Ministero per i Beni Culturali. Il motivo? Semplice e disarmante: «a Torino non c’è posto».

Lo scrive dalla Sicilia il quotidiano on line CataniaToday, che riporta anche le parole di soddisfazione di tutti i firmatari dell’accordo, dalla presidente del museo Evelina Christillin al direttore Christian Greco, al sindaco di Catania Enzo Bianco. Ancora non è chiaro quanti siano effettivamente i reperti destinati a lasciare Torino: nei sotterranei dell’Egizio resterebbero da catalogare 17mila pezzi, mai esposti al pubblico, neanche dopo i restauri delle sale durati tre anni. Di questi almeno trecento prenderanno la via di Catania, ma c’è chi ipotizza che il numero totale sarebbe superiore a millecinquecento.

Una parte consistente, che ha sollevato dubbi sul metodo e sul merito dell’intera operazione. Anche senza parlare di “spoliazione” di Torino a vantaggio di altre città resta un fondo di arbitrarietà nell’operato di chi ha deciso di disporre quasi a suo piacimento di un patrimonio pubblico, oltretutto da anni inaccessibile, non solo ai torinesi. Per far chiarezza e per ribadire la centralità di Torino e del suo museo il 2 febbraio scorso è nato il comitato Museo Egizio Patrimonio Inalienabile.

(Don’t) Stop Climate Change

La vittoria di Donald Trump è una pericolo per il clima del nostro pianeta e riporterà il mondo indietro di almeno un decennio. Ne sono convinti molti ambientalisti al di qua e al di là dell’Oceano, spaventati da cosa potrà decidere il nuovo presidente degli Stati Uniti. A rischio anche il futuro degli accordi della Cop21 di Parigi.

Lo scrive Rebecca Leber su Grist.org:in un editoriale pubblicato all’indomani delle elezioni americane elenca quali potrebbero essere le minacce per la lotta al cambiamento climatico.

Barak Obama a colpi di decreti esecutivi era riuscito a limitare per legge le emissioni di gas serra delle centrali elettriche e a varare il Clean Power Plan -il piano per l’energia pulita- che insieme al Clean Air Act -la legge sull’aria pulita- ha rappresentato una risposta concreta all’emergenza ambientale in atto. Ora Trump, anche grazie alla maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato, potrà cancellare i due provvedimenti. Questo sempre che sia intenzionato a tener fede a quanto annunciato in campagna elettorale. Il pericolo, però, sussiste ed è reale.

Il neoeletto presidente si è impegnato a tagliare le spese federali per l’ambiente ed è pronto a nominare il negazionista del cambiamento climatico Myron Ebell per un ruolo-chiave ai vertici dell’EPA, l’ente di protezione ambientale usa. Ma quello che più spaventa la comunità internazionale è la possibilità che gli Stati Uniti escano dall’accordo sul clima firmato a Parigi solo un anno fa. L’accordo impegna 195 Paesi del mondo a bloccare l’innalzamento della temperatura del pianeta sotto i 2° rispetto all’era preindustriale ed è entrato in vigore lo scorso 4 novembre. È stato ratificato da 55 Stati che rappresentano il 55% delle emissioni di gas serra prodotti, Unione Europea compresa. Gli Stati Uniti e la Cina -le superpotenze industriali che più inquinano l’atmosfera- hanno ratificato l’accordo a fine estate. Ora gli Usa potrebbero fare una clamorosa marcia indietro e varare una exit strategy dalle conseguenze disastrose.

Noi Robots

Fanno parte della nostra vita, ci aiutano nei lavori difficili e pericolosi facendoli al posto nostro. Sono nelle catene di montaggio delle fabbriche e nelle cucine delle case, negli ospedali e nelle automobili. Sono robots. Il robot è un manipolatore funzionale, una macchina capace di eseguire compiti diversi in base a movimenti programmati. La robotica è una scienza interdisciplinare, una specializzazione dell’ingegneria che coniuga saperi e professioni diverse, dalla meccanica alla biologia, dall’informatica alla psicologia. La robotica è stata la protagonista della quarta edizione del Festival dell’Innovazione della Scienza di Settimo Torinese. Laboratori, mostre e incontri per scoprire come sono nati e come funzionano i robots, e sperimentare in prima persona le potenzialità delle loro applicazioni.

Costituzione, questa sconosciuta

I comitati per il No e gli attivisti per il Si, più che spiegare quali cambiamenti porterà nella vita di tutti i giorni di noi cittadini italiani la modifica alla Costituzione, sono molto impegnati a ripassare gli ultimi settant’anni di storia repubblicana. E lo fanno con zelo, per poter impartire ogni volta un pezzo di lezione, a metà strada tra il Diritto costituzionale e la Storia dei partiti politici. Lo hanno fatto anche due esperti della materia come il professor Gustavo Zagrebelsky e Luciano Violante, chiamati a un confronto sul palco della Festa dell’Unità di Torino. Risultato del faccia-a-faccia? Pochi contenuti, qualche contestazione e tanto (troppo) mestiere (l’ho scritto qui). Alla fine ha avuto ragione quella ragazza che dalla platea ha gridato “professore, i contenuti!”, interrompendo un piccatissimo Zagrebelsky che, a onor di verità, aveva iniziato il suo intervento con troppi preamboli prendendola -come si usa dire- “alla larga”. Ma neanche il richiamo seguito da applauso ha sortito effetti. Per due ore buone il ragionamento è andato avanti su questioni generali, dalla rifondazione interna dei partiti alle mancate maggioranze che hanno fatto cadere il governo Prodi, fino alla “democrazia decidente e non solo più rappresentante” contrapposta alla”difesa dell’autonomia e della sovranità”. L’unica novità, la notizia che ha fatto sobbalzare sulle sedie, è stata la frase “io mi iscriverei a un comitato dei non renziani per il Si” pronunciata da Violante. La riforma costituzionale? Quasi non pervenuta, eccezion fatta per il futuro prossimo dei senatori e di Palazzo Madama…

Prendete nota

La primavera scorsa con la redazione di Ecograffi abbiamo sperimentato una nuova produzione tv. Pensavamo a qualcosa di semplice, immediato, anche dalla forma non impeccabile ma che avesse sostanza. Doveva essere un appunto, una nota a margine, un foglietto infilato tra le pagine di un libro con sopra scarabocchiate poche parole. L’abbiamo chiamata Clips e scelto di dare spazio alle idee di chi coltiva le proprie ambizioni in Italia. È nata così una serie di piccoli ritratti di giovani imprenditori startupper e artisti, tutti accomunati dalla voglia di fare e di fare bene.

Il caso EnviPark

EnviPark, il parco scientifico e tecnologico di Torino, è uno dei poli di ricerca più interessanti in Italia nel campo della sostenibilità ambientale e dell’eco-efficienza.  Si trova al centro del miglio dell’innovazione, l’asse viario creato dal nuovo passante ferroviario della città che in appena due chilometri concentra ben sette realtà attive in vari campi dell’innovazione. A Torino sta nascendo una silicon valley subalpina e l’Environment Park vuole essere interlocutore privilegiato per le aziende che già oggi investono nei rami delle clean technologies. Ne abbiamo parlato con Davide Canavesio, a.d. di EnviPark